domenica 28 giugno 2015

Un nuovo giuramento (2)

Badando a restare nell'ombra il più possibile, la ragazza si avvicinò all'entrata della taverna. Aveva appena azzoppato un uomo in maniera alquanto cruenta, eppure si era sorpresa a realizzare quanta poca impressione le facesse la cosa. "Un coniglio, né più né meno. Forse un maiale. Puzzava proprio come quel bastardo di Roikos".

Un fascio di luce fioca fuoriusciva dagli stipiti del locale, portando con sé la calura e gli effluvi di ore di gioco e bevute. Atalanta si era tenuta ben lontana dalla luce, appiattita lungo la parete ad appena un passo dalla porta. E lì aveva atteso. Non per molto, per fortuna, giusto il tempo di sentire un paio di urla e un trambusto di tavoli rovesciati. 
Neleo era uscito poco dopo, seguito da Roikos. Barcollavano entrambi e ridevano sguaiati.

«Quell’idiota di Lisippo l’abbiamo proprio ripulito!», aveva biascicato Roikos, grattandosi una guancia butterata.

«A vincere contro un bifolco del genere non c’è quasi gusto. Ma con questi magari riusciremo a trovarci un passatempo più sfizioso!». E Neleo aveva fatto tintinnare un sacchetto pieno di monete, suscitando un’altra grassa risata dell’uomo-rettile. 

Atalanta si era messa a seguirli, pugnale in mano e passo felpato. Aveva dovuto fermarsi davanti ai più squallidi bordelli della città, udire i gemiti più sconci e le imprecazioni più sporche, ma alla fine, mentre Roikos si dava ancora da fare con una puttana dalla pelle nera, Neleo era uscito, aggiustandosi la tunica sulla spalla e passandosi una mano tra i capelli neri e unti. Aveva ripreso la strada che portava all’acropoli, il punto più alto della città, e Atalanta gli era andata dietro nell’ombra.

Era riuscita a seguirlo fino al palazzo senza troppi problemi: finalmente tutti erano andati a riposare, persino la dea Selene aveva avvolto la sua candida luce in un letto di nuvole nere. Atalanta aveva visto Neleo imboccare l’entrata principale tra due immense colonne, ma soltanto quando si era trovata a una ventina di passi di distanza la ragazza si era accorta che l’ingresso era piantonato da quattro guardie. Non sembravano particolarmente attente, ma erano pur sempre armate. 

Nascosta al buio dietro il tronco nodoso di un vecchio ulivo, Atalanta si era messa a studiare la situazione: di certo non avrebbe potuto uccidere neanche una delle guardie senza venire scoperta e non sembravano esserci altre entrate oltre a quella sulla facciata.

Quella notte però gli dei sembravano esserle favorevoli. Dopo un po’ aveva visto comparire da dietro l’angolo destro del palazzo una schiava. Portava un vassoio pieno di fette di pane e formaggio, la cena dei soldati. Compiuto il suo servizio, la schiava era tornata sui suoi passi e Atalanta le era andata dietro con l’andatura di un felino, curiosa di vedere da dove era uscita. 

Fu così che si era ritrovata davanti alla porta di quello che sembrava un enorme magazzino, proprio sul retro del palazzo. La porta era scardinata. Mentre si intrufolava tra i corridoi del palazzo, ombra tra le ombre, Atalanta aveva più volte ringraziato il dio Hermes, protettore dei ladri, per il suo favore. Anche se il suo scopo era ben diverso dal guadagnarsi una consistente refurtiva.

Non un’anima si aggirava tra quelle inquietanti pareti annerite da macchie di fuliggine. Nonostante l’ora tarda, le stanze riecheggiavano ancora di voci che, ora sommesse, ora concitate, spezzavano a tratti la pace soffusa della notte. Atalanta le aveva seguite, fino ad arrivare a una piccola porta, proprio dietro un grosso scranno di marmo. Al di là di essa c’era la sala più grande e magnifica che Atalanta avesse mai visto. Due uomini parlavano tra loro al centro della stanza, vicino ad un grande braciere. Uno di questi era Neleo.

Continua...

domenica 21 giugno 2015

Un nuovo giuramento (1)

“La corda è troppo dura, maledizione!”. Atalanta emise un grugnito di frustrazione: la freccia continuava a oscillare sull’impugnatura, instabile sulla corda ostinatamente tesa.  La ragazza non aveva mai usato l’arco del padre, troppo grande per le sue braccia ancora sottili e rese più deboli dalla veglia e dal lungo viaggio.

Dopo le esequie dei suoi genitori, aveva preso qualche provvista, si era messa in spalla l’arco di suo padre e aveva iniziato a seguire le tracce lasciate dai cavalli di Neleo e Roikos. Aveva corso per ore e ore, senza concedersi neanche un momento per riposarsi, per mangiare o rinfrancare gli occhi ancora arrossati dal fumo del rogo. Il pensiero di ritrovare i due assassini e suo fratello le aveva dato la forza di andare avanti per tutta la notte e il giorno successivo, finché le tracce non l’avevano condotta alle porte di Iolkòs. 

Era giunta al tramonto, ma la gente sembrava restia a cercare il riposo. Le strade fibrillavano di una strana frenesia, c'era un gran via vai di falegnami, fabbri e allevatori, dai quali Atalanta era riuscita a percepire poche frettolose parole. "Funerale", "sacrificio", "pira": qualcuno di importante doveva essere sceso nell'Ade. Una fortuna inaspettata, per quanto la riguardava. In tutto quel trambusto, nessuno aveva fatto caso a una ragazzina stanca e sporca, che si aggirava per le strade in mezzo a tanti altri orfanelli, scorrazzanti tra le botteghe e i banchi del mercato. 

Purtroppo seguire le tracce di due cavalli per le strade della città si era rivelata un’impresa non facile, a causa degli innumerevoli solchi lasciati dai carri, delle impronte di persone e di chissà quanti altri cavalli. Atalanta aveva continuato ad aggirarsi per le vie fino a sera inoltrata, senza riuscire a trovare il ben che minimo indizio del passaggio delle sue prede. Stanca e delusa, si era accasciata davanti alla porta di una bettola. Era sul punto di arrendersi all’impossibilità della sua ricerca, quando qualche dio decise di venirle in soccorso.

Barcollando, era uscito dalla locanda un uomo maleodorante di vino e urina, che urlava tra i rigurgiti della sbornia. «Neleo, figlio di una cagna…Sei morto, tu e i tuoi bastardi, tutti…Oh, sì…Avrò i tuoi soldi, puoi scommetterci, schifoso pezzo di sterco…Li avrò…». E giù un rutto.

Tenendosi rasente al muro per non crollare, si era inoltrato in un vicolo, dove aveva iniziato a sciogliersi la cinta della tunica corta. Era talmente intontito, che Atalanta non corse alcun pericolo di farsi scoprire, mentre gli si piantava dietro le spalle. Nel momento in cui l'energumeno aveva poggiato la fronte ad una parete sudicia per liberarsi la vescica,  Atalanta aveva tirato fuori il suo pugnale e gli aveva reciso con un colpo secco i tendini dietro le ginocchia. Il maleodorante beone era crollato con un tonfo su una pozza del suo stesso sangue. Non aveva neanche avuto il tempo di lanciare un grido, perché Atalanta gli aveva tappato la bocca con una mano, mentre con l’altra gli premeva la lama del pugnale contro il collo flaccido. 

«Dimmi dove posso trovare l’uomo che chiami Neleo, o la mia sarà l’ultima voce che sentirai!», gli aveva ringhiato all’orecchio, la voce goffamente camuffata.

«Chi sei? Che cosa…?».

«Rispondimi! Dove si trova Neleo?». Atalanta aveva aumentato la pressione del ferro sulla gola dell’ubriaco, troppo confuso e spaventato per riconoscere una ragazzina nel suo aggressore.

« È…è lì, nella taverna. Stavamo giocando ai dadi e…».

«Se scopro che mi hai mentito, verrò a finire il lavoro e ti assicuro che non sarà né veloce né indolore!». Atalanta era sgusciata via dal vicolo senza lasciare traccia, lasciando l’uomo a chiedere pietà a un demone inesistente.

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sabato 6 giugno 2015

Morte e speranza (2)

Pelias avrebbe potuto ingannare il popolo, gente che non aveva mai visto il suo Iason che da lontano. Ma una madre non può essere ingannata. Quelle non erano la manine di Iason, né il suo naso, o la sua fronte. I piedini erano troppo lunghi, le ginocchia troppo sottili, Polimede riusciva a vederlo anche da sotto il telo funebre. Suo figlio era vivo, e aveva continuato a coltivare quella flebile luce di speranza nel suo cuore come una certezza, sin dal momento in cui aveva riaperto gli occhi.

«Popolo di Iolkòs – iniziò Pelias, zittendo la folla con la sua voce di tuono – siamo qui riuniti oggi per accompagnare il nostro amato re Esone e suo figlio, il principe Iason, nel loro viaggio verso la beatitudine dei Campi Elisi. Sono stati strappati al nostro affetto da un incendio, una fatale disgrazia generata dalla negligenza degli uomini o dalla crudeltà di demoni. Questo a noi non è dato saperlo. La regina Polimede, forse guidata dalla mente benevola di qualche dio, a stento è riuscita a salvare se stessa e suo figlio da quella notte di fuoco».

Polimede avrebbe volentieri staccato a morsi quella mano che la indicava con fare compassionevole. E se avesse urlato a tutti la verità, che non era stato il fuoco a uccidere il loro re? Ma sapeva che, così facendo, avrebbe soltanto guadagnato una rapida morte e perso l’unica speranza di vendetta che possedeva: vivere fianco a fianco con la vipera, finché non le avesse staccato via la testa di netto. Perciò che il traditore continuasse pure a far mostra della sua compassione, finché poteva.

La voce di Pelias continuava a gareggiare con il lamento delle onde. «… ma un’invisibile maledizione si era già impadronita del tenero corpo del principe, troppo debole per poter resistere all'infido veleno del fumo dell’incendio. I migliori medici della regione purtroppo non sono riusciti a frenare la mano inesorabile delle Moire, sulle quali neanche il sommo Zeus ha potere. Ma non abbandoniamoci al dolore, uomini di Iolkòs, e consoliamo i nostri cuori, poiché Iason, figlio di Esone, ha lasciato questa vita prima di conoscerne le amarezze. La cosa migliore e più desiderabile per gli uomini è non essere mai nati o, una volta nati, abbandonare presto la vita mortale. Che la dea Persefone vi accolga entrambi tra le sue braccia, amato fratello, caro nipote, e che conceda a Polimede, sposa devota e madre amorevole, una tregua dalle sue pene.».

“L’unica cosa che gli dei devono concedermi è la tua testa, viscida serpe!”. Ogni parola era stata un pugno allo stomaco di Polimede, ad ogni frase si era piantata le unghie nelle gambe insensibili, immaginando di farlo nelle orbite di Pelias. 

Eppure la sua rabbia non era determinata come avrebbe desiderato. Sentiva qualcosa alla bocca dello stomaco che la spingeva verso lo sconforto. Come avrebbe fatto ad avere la sua vendetta? Come poteva anche solo sperarlo? Lei, una donna storpia, sola e circondata da nemici. Anche la sua casa paterna era rimasta vuota: suo padre e suo fratello non erano più, inghiottiti insieme ai Lapiti dalla furia dei mostruosi guerrieri conosciuti come Centauri. La gente blaterava di mostri metà cavalli metà uomini, viziosi e assetati di sangue. L’unica cosa che Polimede sapeva è che anche loro, uomini o bestie che fossero, avevano distrutto la sua famiglia, così come Pelias aveva fatto pochi giorni prima. Bastò questo paragone a farle dimenticare la stretta alla bocca dello stomaco. Avrebbe trovato un modo.

Pelias gettò la torcia nella pira e in un istante le fiamme si innalzarono, accompagnate dai lamenti di pietà delle donne e dai mormorii di cordoglio degli uomini. 

Polimede udì un versetto di paura appena dietro di lei. Era Alcesti, la figlia minore di Anassibia. Alla vista di quel corpicino, poco più piccolo del suo, avvolto dalle fiamme, la bambina tirò la veste di sua madre, piagnucolando. «Mamma, ho paura!», le braccia alzate in cerca d’aiuto.

La donna la sollevò e la prese in braccio per tranquillizzarla. «Calmati, piccola, non è niente. Non devi avere paura. La morte è amica di chi soffre. Tutti siamo destinati ad abbracciarla, alcuni prima di altri, alcuni molto, molto tardi.». 

“Se la morte mi è amica, si prenderà le vostre teste prima della mia”. E Polimede si tenne stretta al cuore quella preghiera, finché le fiamme non divorarono del tutto le spoglie di Esone e dell'ignoto esserino che aveva tra le braccia.

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Le note struggenti di un thrénos si levarono dalla voce unanime della folla, accompagnando il denso fumo nero, che dalla pira in fiamme andava a oscurare il cielo. 
Un’unica figura assisteva silenziosa dal fondo della platea: un uomo massiccio si imponeva sugli altri uomini, coperto da una clamide sdrucita, che riusciva a malapena ad avvolgergli le spalle e gli omeri muscolosi; un cappello a larghe tese gli ombreggiava il volto dai lineamenti duri e abbronzati. Non si unì con la voce al canto funebre e immobile stava a guardare il fuoco che divorava i due cadaveri.

L’uomo si riscosse quando un’altra luce attirò la sua attenzione, un baluginio proveniente dalla collina appena sopra la spiaggia. Appariva e spariva continuamente, come se qualcuno cercasse di catturare il riflesso del sole con uno specchio. Un bagliore che aveva già visto parecchie volte, molti anni prima, nella quiete carica di tensione di una vallata, poco prima dell’infuriare di una battaglia. Ricordi di imprese lontane. Non si trattava del riflesso di uno specchio. 

Si spostò lateralmente e, calcandosi meglio il cappello sulla testa per vedere più lontano, scorse una testa rossa dietro quel luccichio. Il colosso si allontanò con noncuranza, tanto grosso quanto silenzioso. Si diresse cheto verso la fonte di quel bagliore, sulla collina, sicuro che nessuno si sarebbe mai accorto della sua assenza, lì dove la sua presenza non era prevista.

domenica 24 maggio 2015

Morte e speranza (1)

Due estati e due inverni erano trascorsi dall’ultima volta in cui una simile pletora di gente aveva gremito la costa di Iolkòs: allora, nel lido alle falde dell’acropoli, si era celebrata l’ascesa al trono di Esone, figlio di Creteo, e della sua sposa Polimede. 

Quella mattina, invece, si piangeva la prematura morte del re e del suo unico erede, il piccolo Iason, così come l’araldo aveva annunciato un paio di giorni prima. A pochi metri dal mare era stato innalzato un rogo imponente, sul quale giacevano i corpi di padre e figlio, completamente avvolti in un sudario bianco impregnato di oli profumati. Il viso del re era celato da una maschera d’oro, scintillante ai raggi del primo mattino.

Il popolo, in muta attesa, pendeva dalle labbra di Pelias che, torcia alla mano, si era avvicinato alla pira per porgere il suo estremo saluto al fratello e al nipote defunti. Dietro di lui, una schiera di figure in nero. Da un lato, sua moglie Annassibia teneva per mano due bambini, un maschio di circa sei anni e una bambina poco più piccola, entrambi dai capelli neri e gli occhi azzurri come il mare d’estate. Un velo nero ondeggiava sulla testa della nuova regina, senza riuscire a nascondere del tutto la cascata di boccoli dorati. Poi veniva Neleo, il fratello del nuovo re di Iolkòs, affiancato da pochi uomini ritti in piedi alla sua destra, vestiti di pesanti tuniche nere. 

E infine Polimede, la regina vedova, sedeva su uno scranno di legno, il volto coperto da un velo nero, a nascondere lacrime inesistenti. Non piangeva, né aveva voluto accanto a sé prefiche che si graffiassero il viso e si strappassero i capelli, com’era d’uso nei momenti di lutto. 
Guardava fisso la maschera d’oro splendente che ricopriva il volto del marito sopra il telo bianco. Avrebbe voluto strapparla via e gettarla tra la folla, mostrando così lo squarcio sulla gola del suo re, celato sotto di essa. Ma non poteva muoversi, anche se nessuno la tratteneva. Le ferite alla schiena si rimarginavano molto lentamente, causandole un dolore sordo, presente giorno e notte, che andava a mescolarsi con quello del suo cuore spezzato. Da quando si era risvegliata sotto lo sguardo di Pelias, non era ancora a riuscita a muovere le gambe, neppure un dito del piede, e quel pensiero l’angosciava quasi quanto la preoccupazione per suo figlio. 

“Dove sei, piccolo mio?”, continuava a chiedersi. “Chi si prende cura di te? Hai freddo, fame, paura?”
Eppure un pensiero spiccava tra tutti: Iason era vivo. Perso chissà dove, solo o in compagnia, ma vivo. Non era certo tra le fredde braccia del suo sposo. 

Continua...

sabato 9 maggio 2015

Luna rossa (5)

Soltanto quando l'ultimo raggio di sole scomparve dalla piccola finestra sopra il letto, Idia si rese conto di quanto tempo aveva trascorso seduta sul letto, ai piedi di Thalia. Le braccia della ragazza erano attraversate da neri solchi orizzontali, la pelle ricucita dalle mani esperte di Daphne non sanguinava più, benché fosse arrossata nei punti in cui l'ago l'aveva bucata. 

La stanza si era fatta afosa, l'aria resa ancor più pesante dall'odore del sangue misto a quello dell'impasto usato dalla guaritrice per cicatrizzare le ferite. Thalia però non sembrava risentirne. Respirava serena, come se niente fosse accaduto. Era sempre pallida, ma la fronte non era più contratta, le labbra si stendevano rilassate, increspandosi di tanto in tanto in un quasi impercettibile spasmo, forse per il dolore alle braccia.

«Dove sono i bambini?», si ritrovò a chiedere Idia, lo sguardo perso nel vuoto della penombra.

La nutrice si massaggiava la mano destra tra pollice e indice. «Li ho lasciati nel gineceo con Calciope e maia Eumaste, mia signora. In effetti, forse dovresti andare da loro. Avranno fame. Posso restare io qui, a sorvegliare Thalia.»

«Come ho fatto a non capirlo?» Idia non sembrò neanche sentirla. «Come ho fatto a non vedere quanto soffriva? Avrei potuto aiutarla, avrei dovuto aiutarla.».

«Spesso i mali più devastanti sono quelli invisibili, mia signora.» Daphne si alzò dal suo posto accanto all'ancella e raggiunse la regina ai piedi del letto. La sua tunica di lino celeste era macchiata di nuvole cremisi, che sarebbero state difficili da togliere. Dalla fascia che le circondava le tempie fuoriuscivano riccioli neri impastati di sudore. Ma se era stanca, non lo dava a vedere. Prese una mano di Idia tra le sue, in un gesto che per un istante le ricordò sua madre. «Tu non hai colpe per ciò che la ragazza ha tentato di fare. Le cure di una madre vanno prima ai propri figli...e poi ai propri cuccioli. Thalia sa bene qual é il suo posto.»

«No, invece!», protestò la regina, «Altrimenti avrebbe parlato con me. Mi sono presa cura di lei come fosse mia figlia, non aveva segreti per me, né io per lei. Avrebbe dovuto permettermi di aiutarla. Voleva togliersi la vita, Daphne, e anche a suo figlio. Se mi avesse confidato la sua condizione, prima l'avrei tranquillizzata e poi avrei punito chi ha osato farle questo!»

«Non avresti potuto, mia signora.». Non era stata la voce profonda di Daphne a parlare, ma quella sottile e stanca di Thalia.

Tutta la rabbia di Idia sfumò nel nulla a sentire quella specie di pigolio. La regina accarezzò la fronte della sua ancella e la trovò rovente. «Dimmi chi é stato, piccola mia, e lo vedrai. Nessuno oserà più toccarti, e anche tuo figlio sarà al sicuro. Ma non farmi più soffrire così, ti prego.»

Thalia iniziò a scuotere la testa da un lato all'altro, le labbra serrate non lasciavano uscire un suono, mentre gli occhi lasciavano andare rivoli di lacrime.

Idia sentì montare di nuovo la rabbia di fronte a tanta ostinazione. «Thalia, se non sarai tu a parlare, sarò costretta a interrogare ogni singolo schiavo di questo palazzo, sarai sulla bocca di tutti e non sarà piacevole quando anche il re lo scoprirà. Sai anche tu che cosa accade agli schiavi che agiscono fuori dal suo controllo...».

L'ultima minaccia non ebbe l'effetto desiderato. Non era paura quella che la regina vide dipingersi sul volto della ragazza, ma un’irriducibile attaccamento al silenzio. Thalia si limitò a distogliere lo sguardo e a contrarre ancora di più la bocca in una smorfia rabbiosa.

«Thalia, guardami!» Idia percepì la sua stessa voce più stridula di quanto avrebbe voluto. 

«Mia signora, ti prego, la ragazza é stanca e provata...», tentò di intervenire Daphne.

Per tutta risposta, Thalia si mise a sedere, reprimendo gemiti di dolore quando puntò le braccia sul giaciglio. Le narici si dilatavano in profondi respiri, la curva della bocca si fece ancora più profonda e la fronte aggrottata si imperlò di sudore quando la ragazza lentamente sollevò la tunica all'altezza del collo.

«Grande Hera...»,  imprecò Daphne, quando l’ancella espose la schiena nuda. Idia, invece, non riuscì a emettere un suono, per un istante smise anche di respirare.

La pelle, una volta liscia e luminosa come bronzo, era deturpata da macchie violacee e giallognole, lividi più recenti e altri in via di guarigione, graffi e segni rossastri più profondi. Poi la ragazza si voltò di nuovo, mostrando il torace, priva di pudore. L'aureola scura dei suoi seni acerbi era più rosea lì dove c'era il segno di un morso, e appena sotto il seno sinistro sottili linee di pelle bruciata formavano un disegno fin troppo chiaro: una mano aperta con un sole al centro. 

«Oh dei…Oh dei del cielo e degli inferi!» Daphne si era messa a girare attorno alla ragazza, lanciando un’imprecazione a ogni macchia o ferita che vedeva. 

Idia invece continuava a guardare la sua ancella ammutolita. Voleva stendere una mano verso di lei, dire qualcosa che la confortasse. Avrebbe voluto avere le mani del dio Apollo e cancellare in un solo gesto quell’orribile cicatrice. Ma non riusciva neanche a muoversi, né a trovare parole adeguate per le ferite invisibili della sua piccola.

Si accorse tardi che Thalia avrebbe potuto scambiare quel silenzio per disprezzo. 
La ragazza lasciò andare la tunica, scossa da violenti singhiozzi. «Mi ha marchiato come un pezzo di carne!», gridò infine a singulti, riversando sulla sua padrona tutta la rabbia che aveva serbato per chissà quanto tempo. «Mi ha fatto male! Sento ancora la puzza della mia pelle che brucia!». La sua voce era roca, il pianto disperato come quello di una bambina che ha perso un giocattolo.

"Ma lei è una bambina", pensò Idia, come se lo realizzasse in quel momento. "Ed Eeta le ha tolto molto di più di un giocattolo. Che gli dei lo maledicano fino al giorno della sua morte.".

domenica 26 aprile 2015

Luna rossa (4)

Quando gli schiavi terminarono il loro lavoro, Daphne era appena a metà del suo. Aveva ripulito e ricucito tre tagli nel braccio destro di Thalia e quando Idia le lasciò svolgere la fasciatura del sinistro, la guaritrice non riuscì a trattenere un grugnito di frustrazione. Quattro tagli più profondi si aprivano nelle pelle olivastra della ragazza, quattro bocche grinzose che continuavano a sanguinare al minimo tocco. Idia si portò istintivamente una mano alle labbra, gli occhi le si riempirono di lacrime.

«Perché?». Fu appena un sussurro, ma Daphne riuscì comunque a percepirlo.

«Ringraziamo gli dei che non abbia commesso una simile idiozia in piena notte.», commentò rudemente Daphne. «Forse in fondo non ci ha provato davvero.».

Idia strinse gli occhi con ribrezzo. «Sette volte il coltello ha attraversato la pelle! Si è procurata sette profondissimi tagli, e tu dici che non ci ha provato davvero? Io vedo fin troppa determinazione, invece! È il motivo che non riesco a capire, non riesco proprio a immaginarlo!» Nonostante sentisse la gola serrarsi attorno alle parole, la regina continuò a dar sfogo al suo rabbioso dolore. «Thalia, la mia Thalia non avrebbe mai neanche lontanamente pensato a un gesto del genere. Qualcosa o qualcuno deve averla spinta. Forse ha scoperto, ha sentito qualcosa dagli altri schiavi…». Il suo pensiero andò subito a Kalim e al modo in cui tremava mentre rispondeva alle sue domande.

Daphne intuì i suoi sospetti. «Non farti accecare dalla rabbia, mia signora. Kalim e Zemah si incontrano in segreto già da qualche tempo e solo la provvidenza divina ha fatto in modo che scegliessero proprio questo luogo al momento opportuno.». 

Idia distolse lo sguardo, mal dissimulando il disappunto per quel rimprovero. 

Daphne, invece, continuava a ripulire e ricucire placida le ferite dell'ancella, la quale aveva finalmente ritrovato un respiro regolare. «Riposo e buon cibo.», sentenziò alla fine, col suo solito sorriso sicuro. «Si riprenderà, mia signora. Si riprenderanno entrambi.».

La linea verticale che solcò la fronte della regina esortò Daphne a spiegarsi meglio. «Oh, non dirmi che non l'avevi notato! Eppure hai appena partorito...I seni più grandi, la pelle più liscia, quel piccolo rigonfiamento al basso ventre...».

Idia sentì un lampo attraversarle la testa. «Thalia é incinta!», disse a metà strada tra una affermazione e una domanda. 

Daphne infilzava un punto dietro l'altro nella carne, ma quel suo caratteristico scintillio negli occhi fu una conferma sufficiente. «Da almeno tre lune, direi!».

domenica 12 aprile 2015

Luna rossa (3)

Il tragitto dal giardino agli appartamenti degli schiavi sembrò durare un'eternità. Idia avrebbe voluto correre a perdifiato, ma si suppone che una regina debba mantenere il decoro. Certo, si suppone anche che una regina non metta mai neppure la punta di un piede nella parte del palazzo riservata agli schiavi. Ma Idia era troppo impegnata a mantenere il controllo dei suoi pensieri per far caso a dove Zemah la stava conducendo. 
Continuava a chiedersi che cosa poteva essere successo, eppure non le riusciva di fare ipotesi. Voleva solo raggiungere Thalia, ma quegli immensi corridoi sembravano non voler mai finire. 

"Dei, ha detto tanto sangue...". Pregava e pregava perché non fosse niente di grave, un taglio, una brutta caduta magari, che Zemah avesse esagerato. Ma gli dei raramente ascoltavano le sue preghiere, e Idia ne ebbe la prova ancora una volta.

C'era davvero tanto, troppo sangue. Il pavimento della stanza di Thalia era tutto una scura pozzanghera viscida, chiazzata di bianco lì dove uno degli schiavi aveva lasciato le proprie impronte per soccorrere la ragazza. 
Era Kalim e stava ancora serrando le mani attorno alle braccia fasciate di lei. Thalia stava distesa accanto alla cassapanca dove teneva le tuniche pulite, un piccolo lusso per l'ancella prediletta della regina nella sparuta mobilia concessa agli schiavi. Quel dono era adesso coperto di ditate sanguigne, mentre l’ancella poggiava la testa e le spalle al muro, pallida, piccola, con la bocca spalancata e marcati cerchi violacei attorno agli occhi semichiusi. Kalim faceva del suo meglio per frenare l'emorragia, ma le bende continuavano a impregnarsi di striature scarlatte.

 Quando si accorse dell'arrivo di Idia, lo schiavo le rivolse uno sguardo terrorizzato. I suoi occhi corsero a un piccolo coltello ai piedi di Thalia, poi di nuovo alla regina, poi di nuovo al coltello. Iniziò a balbettare qualcosa, forse una giustificazione, ma Idia non gli diede retta.

«Zemah, corri a chiamare Daphne. Lei e nessun altro, mi hai capito?».
La schiava annuì nervosamente e tornò di corsa da dove era venuta.

«Kalim, aiutami a metterla sul letto. Non lasciare andare le bende. Ecco così, fai attenzione.». La regina afferrò le caviglie della sua ancella priva di sensi e le sollevò nel momento in cui Kalim fece lo stesso con le braccia. Sentiva i sandali scivolare sul sangue, l'odore metallico che impregnava la stanza, lo stomaco che le si contraeva, ma ignorò l'impulso di vomitare. "Madre Hera, fa' che non sia troppo tardi. Salvala!".

Far stendere la ragazza non fu una gran fatica, tanto era leggera. Una volta sul letto, il suo petto cominciò a sollevarsi debolmente in lenti respiri, sempre più radi. Idia prese il posto di Kalim e iniziò a tenere lei le fasciature di fortuna alle braccia. «Dì ciò che devi, Kalim e fa' in fretta.», ordinò Idia, la voce tesa ma ferma.

«Io...io non so, padrona.», balbettò lo schiavo, «Stava già a terra quando sono arrivato. Ho visto il sangue e il coltello nelle sue mani.»

«Chi altri ha visto?»

«Solo Zemah, mia signora. Gli altri preparano tutti il banchetto per il principe. Nessuno in giro.».

"Il  banchetto, é vero...". Idia si era completamente dimenticata di quella sgradevole iniziativa del suo sposo. Signori di terre lontane, Greci e non, erano stati invitati per avere l'onore di omaggiare l'erede di Eeta. A giorni il palazzo si sarebbe riempito di ospiti altezzosi, alleati o potenziali tali, e di tutto il loro seguito. "Come se a loro importasse qualcosa di diverso dal mangiare cibi esotici e accoppiarsi con qualche schiava sotto il naso delle loro improfumate consorti". Sarebbero arrivate anche le sorelle di Eeta, Circe e Pasifae, altre due esponenti della casa di Helios che Idia non amava affatto, la prima in particolar modo.

«E allora perché tu e Zemah vi trovavate qui?» chiese ancora la regina, il tono ancor più esacerbato da quei pensieri. Fu il sospetto nel suo sguardo a far impallidire Kalim o qualche segreto che lui e Zemah condividevano? Idia non riuscì a capirlo, ma per il momento decise di credere a ciò che lo schiavo le rispose.

«Il padrone Eeta ha mandato noi a cercare lei. Io giuro.». L'indice rivolto verso Thalia gli tremava tanto quanto la voce. «E noi poi abbiamo visto lei così. Io ho portato aiuto e Zemah ha corso da te, mia signora.».

Idia annuì e smise di fare domande. Sarebbe stato comunque inutile chiedere a uno schiavo le motivazioni del suo re. Inoltre a preoccuparla di più era il battito di Thalia che si indeboliva di minuto in minuto. Idia poteva sentirlo dai polsi che continuava a tenere stretti. "Dei onnipotenti, dove sarà finita Daphne?"

«Togliti di mezzo, ragazzo, mi intralci!». La voce perentoria della nutrice venne a rispondere alle mute invocazioni di Idia. La regina tirò un mezzo sospiro di sollievo, ma quando la vide non pensò neanche di biasimare Daphne per il ritardo.
La donna si era caricata sulle spalle una sacca imponente, che poi si rivelò essere piena di garze, unguenti, aghi, fila di budella animali e altri strumenti chirurgici. E non aveva lo stesso fiatone di Zemah.

«Kalim, Zemah, ripulite tutto e uscite.», comandò ancora una volta Idia, mentre Daphne iniziava ad esaminare le ferite di Thalia. «E non una parola con nessuno.», aggiunse. «Altrimenti vi mando a cercare perle in fondo all'oceano, sono stata chiara?».

Testa bassa e spalle curve, gli schiavi annuirono senza fiatare. Zemah uscì nuovamente di corsa, per tornare pochi momenti dopo con un secchio d'acqua e due stracci. Idia non riusciva a fare a meno di domandarsi il vero motivo della loro presenza lì, ma sapeva che in fondo doveva essere grata agli dei per quella circostanza. Senza di loro, Thalia sarebbe morta di certo.

Continua...