domenica 1 novembre 2015

Libera (5)

In un altro momento Thalia avrebbe amato quell’abbraccio, ne avrebbe goduto ogni istante, tanto rare erano le occasioni per esprimere il suo affetto alla padrona. Ora, invece, se ne stava rigida, paralizzata dalla rabbia. Non aveva deciso lei di “unirsi e procreare”, lei non lo voleva quel bambino. La voce nella sua testa divenne un grido tagliente, tutti i suoi più oscuri desideri tornarono ad affastellarsi nella sua mente, così vividi che, se avesse avuto un coltello, Thalia avrebbe trovato la forza di attuarli. Perché, perché avrebbe dovuto sopportare tutto questo? Perché avrebbe dovuto vivere in esilio, lontana dall’unica parvenza di famiglia che avesse mai conosciuto? Calciope…Il pensiero andò a lei e realizzò che non l’avrebbe più rivista. E poi come avrebbe vissuto? Con chi? Sarebbe rimasta sola con l’incarnazione dell’uomo che l’aveva condannata.

Thalia si staccò dall’abbraccio della regina con uno strattone, ma riuscì a trattenere la furia fra i denti. Forse poteva ancora convincerla. «Mi signora – supplicò - deve esserci un altro modo. Non devi liberarmi di te, ma di questo.», e si artigliò il ventre con una mano. «Ho sentito altre schiave parlare di pozioni, rimedi…Sono ancora in tempo, non è troppo cresciuto perché abbiano effetto. Allora potrei tornare con te e tutto tornerebbe come prima! Non accadrà mai più, te lo prometto. Starò al fianco di Calcìope giorno e notte e il re non si accorgerà neanche della mia presenza.». Una valanga di parole, il tono concitato dell’ultima preghiera, come quella di un condannato a morte.

Adesso era Idia a fissarla un misto di orrore e compassione. «Tu non sai quello che chiedi, piccola mia. Non puoi uccidere la vita che ti cresce dentro senza uccidere anche una parte di te. Potresti pentirtene per il resto della tua vita.».

«Sono pronta a correre il rischio!».

«E se anche dovessi liberarti del bambino, di tuo figlio, che cosa faresti dopo? Eeta continuerebbe a tormentarti, saresti sempre una schiava e la mia protezione non varrebbe niente di fronte al comando del re.»

A questo Thalia non sapeva cosa rispondere, così Idia continuò. «Tua madre conosceva i pericoli che correva, dandoti alla luce, ma decise lo stesso di tenerti, soltanto per provare la gioia di stringerti tra le braccia, anche solo per poco. Io provai a nasconderla, ma ero giovane e ingenua e non ci riuscii. Quando fu portata via, mi fece promettere di prendermi cura di te. Ora ti sto dando la libertà, ed è il dono più grande che possa farti. Da oggi sarai tu a decidere della tua vita…e della sua.». La regina pose una mano su quella di Thalia, ancora poggiata sul ventre. Per un lungo istante le iridi verdi-azzurre della regina si incontrarono con quelle nere dell’ancella, e poi fu lei a cercare di nuovo l’abbraccio di Idia. 

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domenica 18 ottobre 2015

Libera (4)

Quando arrivarono al limitare del campo, Altea riprese finalmente a parlare: «Aspettatemi qui, mia signora. Conosco la famiglia che si occupa del campo. Abita in quella casa laggiù. Più di una volta ho curato la padrona e i figli che sono nati da lei. Il suo sposo ci aiuterà a raggiungere il posto che ho in mente.».

Idia annuì senza l’ombra del dubbio. Thalia invece rimase a testa bassa, le mani sul piccolo ventre. Aspettò che la sacerdotessa si fosse allontanata abbastanza, prima di emettere un bisbiglio stentato: «Perché?». Quella parola le ronzava in testa da quando aveva capito di essere incinta, ma solo allora la lasciò uscire.

Idia le rivolse uno sguardo confuso. «Come dici?».

Thalia si coprì allora il volto con le mani e iniziò a piangere. «Mia signora…perché…perché mi abbandoni? Ti prego…Non farlo!». La voce usciva a singulti, rimbombando nella coppa delle mani.

 Idia sospirò nervosamente. «Preferisci tornare al palazzo e diventare una delle concubine del re?».

A quella prospettiva, Thalia sentì nuovamente bruciare la cicatrice sotto il seno, il marchio di Eeta. Non riusciva a smettere di piangere, le lacrime sgorgavano contro la sua volontà. Quanto avrebbe voluto avere la forza di fare ciò che le sue fantasie le suggerivano!

«Io voglio restare con te, padrona!», riuscì a supplicare tra un singhiozzo e l'altro. 

La regina le si avvicinò e lei fu pronta a ricevere un abbraccio, forse l'ultimo. E invece Idia la afferrò saldamente per le spalle, costringendola a fissare gli occhi nei suoi. Erano duri come due pietre d'acquamarina. 
«Pensi davvero che ti permetterei di rimettere piede nel letto di quel...di mio marito? Pensi che ti voglia abbandonare, Thalia? Io ti sto liberando! Non sarai più la schiava di nessuno e, credimi, non sono molte le padrone disposte a privarsi della propria ancella, soprattutto dopo averla cresciuta e protetta per quasi quindici anni!»

Thalia adesso provava vergogna. Sapeva di dover essere grata alla sua padrona, ma quel senso di abbandono non voleva andarsene. Dove l’avrebbe portata la sua libertà?

Idia continuava a stringerle le spalle, con forza ma senza farle male. Attese che i singhiozzi diminuissero e poi le prese il mento tra le dita. I suoi occhi adesso erano due polle d'acqua cheta. «So che molte volte ti sei chiesta chi fossero i tuoi genitori o dove fossero. Non ti ho mai rivelato niente, né ho permesso che altri lo facessero, perché ho sempre voluto proteggerti.» Thalia ebbe l'impressione che anche la regina fosse sul punto di piangere. «Eri una bambina così graziosa, così buona. Ma poche settimane dopo la tua nascita, Eeta mandò i suoi uomini a prendere i tuoi genitori, li fece picchiare, torturare e poi li vendette a mercanti fenici. Non fece lo stesso con te solo perché io lo implorai di tenerti con me.». 

Thalia non piangeva più, gli occhi le bruciavano ancora, ma erano asciutti. “Perché?” Di nuovo quella parola nella testa, ma stavolta sembrò che anche la regina potesse udirla. 

Idia la abbracciò come non aveva mai fatto prima, così stretta che Thalia poteva sentirne il profumo dell’olio di rosa sulla pelle. «Gli schiavi non possono unirsi e procreare senza il permesso del padrone. Questa è la legge nella casa di Eeta. E il re conosce molti modi crudeli per applicarla. Immagina cosa farebbe a te, piccola mia. Eeta non ammetterebbe mai di essere...il responsabile. Ti punirebbe insieme a un altro schiavo di sua scelta. Vi farebbe implorare la morte e poi vi venderebbe. E io non posso permetterlo, non stavolta.». 

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domenica 4 ottobre 2015

Libera (3)

L’incontro tra Idia e Altea era ovviamente andato a buon fine, nonostante Thalia aveva pregato con tutte le sue forze di veder tornare la sua regina da sola e delusa. Strinse le labbra tra i denti perché non tremassero.
Idia le avvolse le spalle con un braccio. «La Venerabile Madre ha accettato di accoglierti e prenderti al suo servizio. Starai bene, Thalia. La saggia Altea conosce un luogo sicuro, dove potrai vivere in pace e dare alla luce il tuo bambino senza timori…».

«E la Grande Hera veglierà su di te attraverso questa sua umile serva.», intervenne Altea, per unirsi alle consolazioni della regina.

«Sì, mia signora.», mormorò l’ancella. Era questo che doveva rispondere, sempre. Obbedire e nient’altro, era tutto ciò che conosceva. E fino ad allora le era andato bene. Ma quel giorno Thalia sentiva più forte dentro di sé il desiderio di urlare, vomitare tutti i “no” che non aveva mai potuto dire. Una forte nausea le rivoltò lo stomaco, ma il bambino non c’entrava. Erano le paure, che si incalzavano l’un l’altra, si accavallavano e ammassavano in un macigno di pura tensione nelle sue viscere.

Che cosa ne sarebbe stato di lei, si chiedeva. Che cosa avrebbe fatto, lontana dalla sua regina, bandita dall’unica casa che avesse mai conosciuto? Sarebbe voluta scappare, ma per andare dove? I suoi genitori, non li aveva mai conosciuti. Non aveva radici tra i Colchi ed era rifiutata dai Greci. Si sentiva impotente, trascinata dal destino come una foglia da un fiume in piena. 

Eppure Thalia continuava a obbedire, silenziosa. Metteva un piede davanti all’altro, quasi fosse davvero spinta da una corrente invisibile, e seguiva la regina e la sacerdotessa che si avviavano fuori dal tempio, oltre il recinto sacro. Per un po’ le sentì mormorare, poi le loro voci non furono altro che un sottofondo indistinto ai suoi pensieri plumbei.

Pensieri violenti, come mai ne aveva avuti prima di allora. Avrebbe dovuto ficcarsi un coltello tra le viscere ed estirpare quella creatura indesiderata, invece di deturparsi inutilmente le braccia. Si guardò le cicatrici che si diramavano dai polsi all'interno dei gomiti e si sentì una stupida. Aveva bevuto pozioni nauseabonde fino a farsi rivoltare lo stomaco, ma niente. Quell'essere continuava a crescerle dentro, la derideva dal suo alveo sicuro, Thalia poteva quasi vederlo.

La linea azzurra del mare in lontananza spazzò via quelle visioni, come fossero fatte di fumo, e le rimpiazzò con desideri altrettanto inaspettati. Thalia sentiva una voglia irrefrenabile di correre giù per il pendio del colle, attraversare la città, urlando maledizioni ad Eeta, e infine buttarsi in mare e nuotare fino ai confini dell’Oceano. Fantasie, stupide fantasie che si diradarono con altrettanta facilità quando la regina e la sacerdotessa la costrinsero a voltare le spalle al mare.

Erano intanto giunte alla strada mattonata che portava al molo, ma non la seguirono. La attraversarono e tornarono a salire sulle pendici del grande colle, di cui il tempio occupava solo una piccola parte. Tutto intorno era una distesa di campi coltivati, sostentamento tanto per il palazzo del re, quanto per i templi che lo circondavano.
Si inoltrarono in un folto campo di grano maturo, quasi pronto per la mietitura. Thalia si guardava intorno, smarrita, e la regina sembrava disorientata quanto lei. La sacerdotessa, invece, continuava a procedere in silenzio, con passo sicuro. 

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domenica 20 settembre 2015

Libera (2)

Thalia sarebbe andata via, Idia ne era finalmente certa.

«Quanto lontano?», osò chiedere senza alzare lo sguardo dalla tazza.

«Quanto tu desideri, mia signora. Tanto da permetterti di vederla ogni giorno senza sforzo, oppure così lontano che ogni Greco della regione ne ignorerà l’esistenza…Sta a te decidere.», ribadì Altea fermamente.

Idia si torse una ciocca di capelli tra le dita. Sentiva di aver già preso una decisione, ma non trovava il coraggio per pronunciare le parole necessarie. Arricciò il naso quando le lacrime affiorarono. «Per il suo bene, che vada dove neanche io posso raggiungerla. Per il suo bene.», ripeté più a se stessa che ad Altea.

«D'accordo, allora. - acconsentì la Venerabile - Conosco un luogo...»

«Ti prego, Madre, non dirmelo. - la interruppe Idia, facendo quasi cadere la tazza - Se non so, non avrò tentazioni, né potrò rivelare alcunché.»

Altea distese la fronte, comprensiva, e annuì.

«Mi fido del tuo saggio giudizio, Madre Altea. Ti ringrazio.». La regina tirò un sospiro di sollievo, le spalle rilassate, come appena liberate da un peso. 

Altea sorrideva. «Porta da me la ragazza quando preferisci. Sarà accolta e curata volentieri, non diversamente dalle altre future madri che vengono qui in cerca della protezione della Grande Hera.». Con un ampio gesto del braccio invitò la regina ad accompagnarla fuori dall’alloggio e a tornare insieme a lei nel tempio.

Idia si alzò, ma non mosse un passo. Si lisciò la tunica amaranto, invece, e si schiarì la voce: «A dire la verità, Thalia è già alle porte del tempio ad aspettarci. Non volevo farla entrare senza il tuo consenso, ma…».

«…ma non avresti accettato un mio rifiuto.», concluse Altea, dando voce ai pensieri inespressi di Idia. «Sarà meglio farla entrare, allora, prima che questo sole cocente le offuschi i sensi.». Riprese lo scettro d’ebano appoggiato accanto alla porta della camera chinò la testa e attese che Idia la precedesse.

Le due donne attraversarono in silenzio il piccolo orto di erbe medicamentose che separava la piccola casa di Altea dalle mura imponenti del tempio. Ad attenderle tra le colonne del peristilio, il colonnato che circondava il recinto sacro, stava Thalia, in muta attesa all’ombra di una colonna. Non aveva osato mettere piede nella casa di una dea greca. Un leggero rigonfiamento all’altezza del ventre le deformava la tunica color croco, ma di certo non si sentiva come una donna in dolce attesa avrebbe dovuto sentirsi: lei quell'attesa non la voleva. Non appena vide arrivare la sacerdotessa e la regina, Thalia accennò a un inchino nervoso, lo sguardo basso, sempre più umido.

«Benvenuta nella casa della Grande Madre Hera, giovane Thalia.», la salutò Altea, rivolgendole un sorriso affabile.

La ragazza si sforzò di ricambiare, ma non riusciva a fare a meno di guardare con apprensione la sua regina. 

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domenica 6 settembre 2015

Libera (1)

L’alloggio della sacerdotessa Altea non era come Idia se l’era immaginato, pieno di effigi della dea Hera e impregnato dell’odore di incenso. Era una stanza semplice, di una sobrietà austera, fin troppo ordinaria per una Venerabile Madre, arredata con pochi mobili essenziali, che ne accentuavano la spaziosità: un letto su un telaio di legno liscio, privo si intarsi o decorazioni, alcune sedie di legno scuro ed un largo tavolo con una lastra in pietra grigia, robusto, senza particolari cesellature. Su questo l’unica nota preziosa della stanza, una statuetta d’oro della dea, inserita in un altarino di alabastro, illuminato da piccole lampade ad olio. Da una finestra filtravano i raggi del sole, che rischiaravano l’ambiente di una calda luce dorata, creando una mistica aura attorno alla reliquia appesa sopra la testata del letto. Un corno candido, lungo circa un braccio, su cui erano state intagliate le scene di un sacrificio, curate nei minimi dettagli, un lavoro di fattura tanto precisa, che Idia riusciva a distinguerne le figurine di una sacerdotessa con il capo velato e di una novizia nell’atto di ricevere una ghirlanda di melograno, mentre sotto di loro un sacerdote sgozzava un possente toro, riversandone il sangue in una bacinella posta sotto la sua gola. 

«Quello è il corno del bue che venne sacrificato il giorno della mia consacrazione.», spiegò Altea, notando l’interesse della regina. Le porse una tazza di acqua, succo di limone e miele, invitandola a sedersi con un gesto della mano.

 «Perdona la scomodità della mia casa, mia signora, non sono abituata a ricevere visite, soprattutto dai membri della famiglia reale. Ma se cerchi un momento di serenità, sei nel posto giusto.».

«In questo caso, penso che verrò a trovarti più spesso.», risero entrambe, ma la regina aveva palesemente i nervi a fior di pelle. Piccoli cerchi concentrici si formavano nell’acqua al miele, tanto tremava la mano di Idia. «Sei tu che devi perdonare me, Venerabile Madre, per i miei modi insoliti. Ti avrei fatto convocare e venire al palazzo, come sempre, ma certi discorsi richiedono un luogo…sereno, per l’appunto.» La regina nascose un sorriso amaro prendendo un sorso della bevanda. 

«Non giustificarti, mia signora – la tranquillizzò Altea – Per me è un onore riceverti in ogni circostanza. Dimmi, sei stata turbata da altre visioni? ». La sacerdotessa prese posto davanti alla regina, schiena dritta e mani incrociate sulle gambe, il suo assetto da ascolto.

Il tremore passò dalla mano alla voce di Idia. «Nessuna visione. Da quando sono nati i gemelli, devo ringraziare gli dei se ho il tempo di chiudere occhio per per qualche momento. Sono venuta qui per un problema molto più concreto.». Prese un altro, lungo sorso della bevanda. «Questa volta però non si tratta di me, Venerabile Madre. Sono venuta a chiederti di prendere Thalia sotto la tua protezione, al servizio del tempio.».

Altea non nascose una certa sorpresa. «Mi ricordo della ragazza. La tua ancella Colca, se non sbaglio…», rammentò, gli occhi stretti fino a creare un profondo solco in mezzo alla fronte.

«È nata da schiavi colchi – si affrettò a rispondere Idia – ma è cresciuta a fianco di mia figlia Calcìope, come lei ha seguito i miei insegnamenti, nonostante fosse al mio servizio, e se non fosse per il colore della sua pelle, la diresti una Greca di genitori greci.».

Altea si portò l’indice alle labbra, pensierosa. «Non era questo ciò a cui pensavo, mia signora, anche se una Colca tra le novizie non passerebbe certo inosservata. Mi domando, però, perché una regina dovrebbe volersi privare della sua ancella personale...». Gli occhi erano ridotti a due fessure, come se volessero scrutare nei pensieri di Idia. 

La regina prese l’ultimo sorso dalla tazza di acqua e miele, tentando di dissimulare la sua incertezza su cosa dire, o meglio su come dire ciò che aveva in mente. Che cosa si aspettava? Che la sacerdotessa accettasse la sua richiesta senza battere ciglio, soltanto perché lei era la regina? Forse sì, lo aveva pensato, sperato, dimenticandosi di quanto poco si fosse servita in passato di quel titolo. Ad ogni modo sapeva che Altea non avrebbe mai accettato passivamente nessun ordine, neanche se questo fosse venuto da Eeta in persona. Lei rispondeva soltanto agli dei. 

Alla fine Idia prese un profondo respiro, tornando a fissare gli occhi sulla figura di Altea, snella e solida come l'albero di una nave veloce. «Thalia presto sarà madre, non sarà più in grado di occuparsi delle sue mansioni.». Le stava dicendo solo una parte della verità, ma tentò ugualmente di sostenere lo sguardo indagatore di Altea, sperando che le bastasse.

Altea lì per lì non rispose. Si alzò e si diresse alla finestra, immergendosi nei riverberi del sole. I capelli bianchi, la tunica candida e le sottili catene d’oro che le cingevano la vita e i polsi crearono su di lei un’aura quasi incandescente. 

Idia iniziò a grattare la terracotta della tazza, finchè non sentì l’unghia dell’indice scheggiarsi.

 «Sarebbe più arduo nascondere una gravidanza che il sangue barbaro della ragazza. – Fu alla fine il responso di Altea – Mia signora, non potrò fare di lei una novizia in quelle condizioni: susciterebbe troppe domande, persino astio tra le altre sacerdotesse di Hera.».

Idia trattenne il respiro, impreparata a un rifiuto.

«Ma…se quello che vuoi è allontanarla dal palazzo, potrei tenerla con me, affidandole semplici compiti domestici. Potrei darle un alloggio poco distante dal tempio: in questo modo sarebbe al sicuro da occhi indiscreti e, quando arriverà il momento del parto, nessuno si interesserà del bambino, se non io stessa.». 

Un penetrante sguardo d’intesa colpì Idia. “Allontanarla dal palazzo”. La regina dimenticava sempre quanto la Venerabile Madre riuscisse a essere perspicace: a volte sembrava quasi che gli dei le sussurrassero all’orecchio i segreti di chi le stava accanto. Le bastava uno sguardo, una parola, un gesto, anche solo un momento di silenzio per strappare via la maschera dal viso degli uomini e leggere le loro anime, come scolpite su una stele di granito. Anche allora la sacerdotessa era riuscita a cogliere l'essenza dei suoi turbamenti dietro poche, pochissime parole. Questo spaventava e meravigliava Idia allo stesso tempo.

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sabato 8 agosto 2015

Un nuovo giuramento (8)

Atalanta si sentiva confusa. Inclinò la testa da un lato, come a tentare di inquadrare meglio il personaggio che le stava di fronte. 

«Tu hai capito che l'unica cosa che voglio é uccidere Neleo e Roikos, vero?»

Arktos sbuffò come un bue e si massaggiò gli occhi tra pollice e indice. Poi si infilò la mano nel collo della tunica e ne trasse fuori una catena d’ottone. Alla sua estremità era attaccato un medaglione d’oro, su cui erano incise l’immagine di un ariete e una scritta: KRATEI AIOLOU, “Con la forza di Eolo”. Solo allora Atalanta decise, anche se non poco irritata, di sedersi a gambe incrociate davanti a lui. Si prospettava un racconto e le sue gambe non ce la facevano più.

«Questo è il simbolo della casa di Esone - iniziò Arktos - il simbolo degli Eolidi, che per secoli regnarono su questa terra. Molti anni fa prestai giuramento su questa effigie, quando ancora il padre di Esone, Creteo, sedeva sul suo legittimo trono. Giurai di proteggere i re di Jolkòs, di morire per loro e i loro figli, se fosse stato necessario. Servii fedelmente la casa degli Eolidi per molti anni, prima come soldato, poi come ufficiale di alto grado e infine come lawaghetas, il capo delle guardie. Notti fa...possano gli dei perdonarmi...Notti fa, ho infranto il mio giuramento. Il re Esone, il mio re, é morto. E come puoi vedere, io sono ancora vivo, invece.» 

Atalanta credette di percepire un lieve tremore nella voce di Arktos, ma fu come il mugolio di un temporale lontano. 

«Oggi, però, Zeus onnipotente mi ha portato sulla tua strada. Se ciò che hai detto é vero...»

«É vero!», lo interruppe Atalanta, pronta a esplodere di rabbia.

La mano possente di Arktos avanzò ad arginare la furia. «...allora c'é ancora speranza per me di salvarmi dalla dannazione del Tartaro. La mia anima è legata a questo medaglione, e proprio quando stava per diventare un inutile pezzo di ferraglia, sei arrivata tu a restituirgli il suo nobile significato.»

«E come avrei fatto?», chiese Atalanta, gli occhi stretti come a tentare di ritrovare il filo del discorso.

«Ah, ma non capisci?!», sbottò Arktos, mettendo via il medaglione con uno scatto della mano. «Perché Pelias avrebbe dovuto bruciare le spoglie di un bambino comune se il principe Iason fosse nelle sue mani?! Ci scommetto la barba che la regina ha trovato il modo di salvarlo!». 

Il gigante prese le minute spalle di Atalanta tra le sue immense mani e finalmente la ragazza poté vedere una sorta di sorriso farsi strada nel cespuglio corvino delle sue guance. «Se il principe é ancora vivo, allora un giorno la nobile casa degli Eolidi potrebbe tornare a regnare sulla terra di Tessaglia. Non capisci, ragazzina? Posso ancora salvare il mio onore!» 

Eolidi. Onore. Parole vuote per Atalanta, ostacoli al suo vero, irrinunciabile obiettivo. Si scrollò dalle spalle le dita callose di Arktos. 

«Il tuo re é morto, bestione. Il tuo principe sarà ormai cibo per lupi. E io non voglio nascondermi in questo buco, mentre tu cerchi un cadavere per chissà quanto tempo. Devo vendicare la mia famiglia, altrimenti Persefone manderà anche me a marcire nel Tartaro insieme a te.» Detto questo, si alzò dal pavimento, andò a recuperare il suo arco e prese la via della porta, senza la minima intenzione di voltarsi.

«Stupida ragazzina, ti farai ammazzare!», grugnì Arktos. Ma quando Atalanta fu a un passo dalla soglia, il colosso si batté la mano destra sul petto e proclamò con quanto fiato aveva in corpo. «Per tutti gli dei dell’Olimpo e degli Inferi, per l’acqua del fiume Stige, che la mia anima possa annegarvi per l’eternità, giuro di aiutarti nella tua vendetta e punire così la scellerata empietà di Neleo, Roikos e Pelias.».

Atalanta si bloccò, come intrappolata nella pania. Il bestione aveva pronunciato il giuramento inviolabile, il voto sul fiume dell’Ade che neanche gli dei possono spezzare. Persino lei, cresciuta nei boschi, ne conosceva la sacra validità. Quello strano, granitico, immane uomo parlava con cuore sincero, il suo pensiero non era diverso dalle sue parole. 

Perché ci tenesse tanto a tenerla con sé, Atalanta non riusciva ancora a spiegarselo. Ma adesso non le dispiaceva più tanto l'idea di restare e scoprirlo. Fece un passo indietro, si tolse l'arco dalle spalle e si voltò. Arktos era ancora ritto in piedi, mano destra sul cuore e sopracciglia unite in mezzo alla fronte.

Anche lei alzò una mano e se la portò al petto. «Io sono Atalanta, figlia di Etandro. E accetto il tuo giuramento.».

domenica 2 agosto 2015

Un nuovo giuramento (7)

Era notte fonda quando arrivarono a destinazione. La falce della luna illuminava appena il minuscolo rifugio tra gli alberi. Quattro pareti di legno muffito con una porta su un lato e una sporchissima finestra su un altro. Il tetto era di paglia fradicia piena di buchi e su una delle estremità giacevano i resti di quello che doveva essere stato un camino.

Tutto intorno alla capanna, il terreno era pieno di erbacce, ortiche e gramigne. Solo in un punto, accanto alla parete est, cresceva una macchia verde punteggiata di bianche margherite, sovrastata da una stele di roccia grigia. Doveva esserci qualcosa inciso sopra, ma le lettere erano state mangiate dalla muffa.

Arktos si accostò alla pietra e ne strinse la sommità con una mano. «Qui é dove sono cresciuto, insieme a mio padre.», disse poi, togliendosi il cappello. La luce della luna si rifletteva sul suo cranio calvo. «Come puoi vedere, persino gli dei si sono dimenticati di questo posto. Nessuno ci cercherà qui.»

Ad Atalanta pareva impossibile che un simile gigante fosse cresciuto in una casa così piccola. «Perché dovrebbero cercare te?». Lei aveva azzoppato un uomo fuori da una taverna e si era infiltrata nel palazzo reale, cosa che si guardò bene dal rivelare. Ma Arktos? Chi avrebbe dovuto cercare un bestione come lui?

«Prima entriamo e accendiamo un fuoco, ragazzina. Sto gelando.».

Atalanta si era completamente dimenticata della clamide che la ricopriva, perciò obbedì, tentando di reprimere la sua diffidenza. Ad ogni buon conto, si tenne il suo pugnale ben stretto in mano.

La porta si aprì con un cigolio sinistro e immediatamente si sentì lo squittio di un pipistrello che si dava alla fuga. Un forte odore di muffa ed escrementi animali investì Atalanta appena entrata, tanto che fu costretta a trattenere un conato di vomito. 

«Avrei dovuto prendermene più cura. L'ultima volta che sono stato qui, avevo ancora i capelli.», commentò Arktos nell'oscurità, il tono di voce sempre apatico. 

Iniziò ad avanzare a tentoni, raccogliendo qualcosa da terra lungo il tragitto. Atalanta invece non si mosse, un po' perché lottava ancora contro la nausea, un po' perché non sapeva dove mettere i piedi. Poi sentì un paio di stridenti ticchettii provenire dalla sua destra e rapide scintille vennero ad illuminare come lampi la faccia barbuta di Arktos. La terza scintilla si trasformò in un piccolo falò lì dove c'era il camino. Arktos aveva dato fuoco alle gambe marce di una sedia, provocando così un fumo denso e acre. Ma almeno adesso ci vedevano e potevano riscaldarsi le membra.

L'interno della casa era ancora più cadente dell'esterno, notò Atalanta. Le mattonelle del pavimento erano tutte crepate, e in qualche punto si erano anche infiltrate delle ortiche. Il legno alle pareti sembrava sul punto di crollare da un momento all'altro, ma non prima del tetto, che continuava a perdere pezzi ad ogni folata di vento. Addossato alla parete opposta al camino, c'era un giaciglio con un materasso bitorzoluto. Le tarme avevano lasciato stralci di una coperta di lana, resa dalla polvere dello stesso colore di tutto il resto. Ai piedi del letto - se così si poteva definire - stava riverso uno sgabello bucherellato dalle termiti. Infine, al centro della stanza stavano ammucchiati i resti marciti di un tavolo, a giudicare dalle poche assi integre rimaste. 

«Ne farò uno nuovo.», comunicò Arktos ad Atalanta, che si era avvicinata alla massa informe di legname. «E lo tratterò meglio di quanto ho fatto con questo.»

La ragazza lo raggiunse davanti al fuoco. Guardandolo sempre di sottecchi e mantenendo una certa distanza, gli restituì la clamide. «Perché mi hai portato qui?», chiese finalmente al colosso quando si riappropriò della sua mantella.

«Te l'ho detto. Qui saremo al sicuro. Nessuno sa di questo posto da molto tempo, e...»

«Voglio dire, perché mi hai detto di seguirti?», spiegò nervosamente Atalanta. «Prima mi impedisci di uccidere Neleo. Poi mi dici che sei l'unico a potermi dare la mia vendetta. E infine mi porti qui. Voglio sapere perché! Chi sei tu, per Zeus?!»

Arktos si spostò dal camino al giaciglio sbilenco. Con una manata si liberò degli stracci che lo ricoprivano e si sedette. Il giaciglio protestò sotto il suo peso. «Prima di tutto, non avevi alcuna possibilità di uccidere Neleo. Ti saresti fatta scoprire da qualcuno meno gentile di me e adesso non staremmo qui a parlare. Qualche dio deve averti preso in simpatia, ragazzina, se ti ha fatto incontrare proprio me.»

Atalanta incrociò le braccia, poco convinta. «Davvero? E perché?»

Il fuoco del camino si rifletteva nelle pupille nere di Arktos. «Perché io e te vogliamo la stessa cosa.»

Continua...